Programma 2018

Il Carnevale è ancora oggi la manifestazione culturale più importante di Ronciglione.
E’ una festa che va snaturandosi, ma che mostra ancora forme e sequenze di una radicata tradizione. Il suo modello formale è il Carnevale romano rinascimentale e barocco.

Il suono del “campanone” che annuncia la festa, la consegna delle chiavi del paese a Re Carnevale, le corse dei Barberi, il saltarello, i carri allegorici, il rituale della morte di Re Carnevale con la “moccolata” finale, la mascherata dei “saracari” (maschere che portano appeso a una canna un puzzolente sarago, mentre nel Carnevale romano vi si appendeva un “caramello”, sono tutti elementi paradigmatici che ritroviamo già nella festa rinascimentale e che, simili, anche Goethe descriverà nel suo “Viaggio in Italia”.
Ma se la forma del Carnevale è rimasta ancora oggi identica, qual’era, ci chiediamo, il senso dell’antica festa? ... Antropologi ed etnologi sono d’accordo nel ritenere le maschere raffigurazioni di morti o di creature inferiche, sotterranee.

Lo stesso termine “maschera” deriva dal longobardo “maska” che significa “defunto”, “creatura sotterranea e notturna”.
Ce lo ricordano le maschere nere e pelose degli “Zanni” con un bubbone sulla fronte a segno di antiche corna diaboliche recise,
ce lo ricordano il costume bianco, larvale di Pulcinella o il camicione da notte, bianco, della maschera ronciglionese di Nasorosso, ubriacone che viene dal mondo sotterraneo delle cantine per portare, con il suo vaso da notte ricolmo di maccheroni, abbondanza e fecondità ... Particolarmente rappresentativa di questa concezione contadina, è la maschera tipica del Carnevale ronciglionese: Nasorosso.
Una maschera insolita ed enigmatica che il lunedì di Carnevale di ogni anno diventa la maschera di tutti i Ronciglionesi e dà vita a quel singolare rituale detto “la pitalata”.
Vestiti con un bianco camicione da notte, i Nasi Rossi calano come un esercito sulla piazza, cantano un inno al vino (“che l’acqua è fatta pei perversi, il diluvio Io mostrò”), rincorrono gli spettatori, salgono con scale sui balconi, entrano nelle case per offrire sadicamente i maccheroni che tengono caldi in un vaso da notte.

Nasorosso è rappresentato con un naso gibboso e le brache imbrattate … tuttavia questa singolare figura di ubriacone che sale dal mondo sotterraneo delle cantine per portare abbondanza di cibo non si spiega se non si tiene presente quella particolare visione del mondo che la cultura popolare ha espresso nel Carnevale quando la festa era rito agrario di propiziazione della fecondità.

L’offerta di maccheroni nel vaso da notte non ha il significato banalmente fisiologico che oggi le si può assegnare.
L’ambiguo accoppiamento escremento/cibo mostra, simbolicamente, che tra natura in decomposizione e natura vivente si voleva stabilire un profondo legame proprio nel momento della festa, nel tempo in cui la natura è morta e il seme generatore sepolto nella terra deve essere risvegliato in modo che possa ricostituirsi indissolubile il ciclo naturale di morti e rinascite.

Nasorosso è figlio di questa visione del mondo, di un rito celebrato, in realtà, per esorcizzare la paura della morte e per affermare la continuità dell’avvicendamento e delle trasformazioni della natura.
L’ambiguità, l’ambivalenza di Nasorosso deriva appunto dal legame che si voleva stabilire fra due contrari, fra opposizioni come escremento/cibo, sterilità/abbondanza, corruzione/rigenerazione, morte/vita.
Ambivalenza che racchiude in sé la prospettiva della negazione, il proprio rovescio, che è in tutti i simboli e rituali carnevaleschi: il rituale del buffone incoronato re della festa, le figure scelte per contrasto (alto/basso, grasso/magro ...), il travestimento, l’uso degli abiti alla rovescia, l’uso degli utensili come armi e così via. Ambivalenza che, del resto, caratterizza la stessa comunità carnevalesca in cui si uniscono derisione (negazione) e giubilo (affermazione) …

Questa figura, che è la più suggestiva di tutto il Carnevale ronciglionese e che è mantenuta per la sua spettacolarità, è in effetti l’immagine più pregnante e superstite di quel teatro contadino.
La sua maschera, in abbigliamento notturno, il suo ornamento, un vaso da notte ricolmo di fumanti maccheroni, riassumono tutto il complesso di motivi che sono alle origini del teatro contadino: bisogni alimentari, bisogni sessuali, bisogni fisiologici, e inoltre il rovesciamento naturale delle cose: il giorno per la notte, l’uomo per la donna.

Le camicie da notte usate per la mascheratura sono dell’abbigliamento femminile e appartengono a una donna conosciuta da Nasorosso; esse evidenziano l’ambiguità sessuale della figura, mentre il vaso da notte con i maccheroni dentro è un’immagine sincretica dei termini primari della vita:
alimentarsi e vivere con il contraltare dell’eliminazione, oppure nascere e morire, in una perenne circolarità.

In Nasorosso coincidono significati escatologici e andamenti di evidente truculenza. Certamente, i componenti del folto gruppo dei Nasi Rossi che, giunti compatti al centro della piazza si lanciano minacciosi contro il pubblico e penetrano nelle case attraverso le finestre raggiunte con lunghe scale, hanno ben poco a che fare con le reali motivazioni della ritualità di una civiltà contadina.

Tuttavia, pur non esistendo attualmente né vincoli culturali tra i componenti, né rapporti tra maschera e suo riferimento oggettivo, il gruppo ha sempre più adepti e successo presso il pubblico che ritualisticamente si ritrae all’offerta del cibo. Le attuali ragioni del successo, come già detto, stanno nella pregevole spettacolarità che accompagna l’azione del gruppo, ma soprattutto nell’agone che si
stabilisce tra Nasi Rossi e pubblico, cioè in una reale e collettiva azione ludica.

Nasorosso è una maschera del teatro contadino, ma è anche una maschera nata a Ronciglione.
Vale a dire che, pur appartenendo alla cultura controriformista ha caratteri esteriormente analoghi a quelli di altre celebri maschere.
Il problema del cibo e del sesso in Nasorosso, si presenta in forma più rozza che in Pulcinella o Arlecchino perché tutt’ora traspaiono le sue motivazioni più arcaiche.
Inoltre, mentre maschere come Pulcinella e Arlecchino, nate anch’esse dalla cultura popolare, sono state elevate e utilizzate dalla cultura ufficiale come elemento di rielaborazione intellettuale e come severo giudizio contro il loro stesso mondo di origine, Nasorosso è rimasto nell’omogeneo mondo
della cultura subalterna.
A mantenere Nasorosso fuori da prospettive letterarie ha indubbiamente contribuito la realtà culturale e sociale di Ronciglione, per cui egli ci viene dalla storia come da un confuso mondo dove tutto appartiene alla comunità.

Nasorosso appartiene, dunque, alla comunità ronciglionese, ma solo come simbolo di un originario rapporto con la natura, perché è ben nota la stratificazione e la settorializzazione che caratterizza la società ronciglionese.

Prof. Luciano Mariti

Di racconto in racconto, si narra che nell’anno 1900, in un giorno feriale, due barbieri e due calzolai di nome Bonaventura Piferi, Romeo Tani, Pietro Anzellotti ed Giuseppe Alessandrucci, si trovavano nei pressi del forno di Camillo Taborri, probabilmente nell’osteria di “Nostasìa”.
Altri affermano che l’osteria fosse, invece, di Anzellotti Pietro, ma questo cozzerebbe con il fatto che si trattasse di due barbieri e due calzolai.

Quel pomeriggio, come tanti altri, tra un bicchiere e l’altro, uno di loro raccontò che al mattino, guardandosi allo specchio e accorgendosi di avere il naso completamente rosso, si era improvvisamente ricordato di quanto accaduto la sera precedente, quando, dopo aver bevuto un fiasco di vino rosso, a causa dello stesso e della poca luce, aveva erroneamente scolato i rigatoni nel vaso da notte (pitale); dopo averli conditi con il sugo di carne del giorno prima, insieme ad una manciata di pecorino, se ne era fatto una grande scorpacciata.
Per fortuna l’improvvisata “scodella” era pulita! A onor del vero, a fronte di questa spassosa disavventura, i quattro amici, dopo tantissime risate, lo stesso giorno, proprio in periodo di carnevale, decisero di comune accordo di formare la “Società dei Nasi Rossi” cioè una convivenza di bontemponi, mangiatori e bevitori.
Stabilirono così che, per essere ammessi nella Società, sarebbe stato sufficiente pagare un litro di vino e prodigarsi per far si che il lunedì di carnevale fosse un giorno tutto dedicato a loro in cui distribuire, per il divertimento della popolazione e dei forestieri, dei “Rigatoni al Pitale ben conditi con sugo di carne”, da servire con forchetta di legno non appuntita.

Ancora oggi dopo oltre cento anni, il lunedì di carnevale, l’insolita maschera dei Nasi Rossi viene indossata da molti cittadini Ronciglionesi per dare vita a quel singolare rituale della “Pitalata” ed è così che vestiti con un bianco camicione e cappello da notte, calano come un esercito sulla piazza, cantano un inno al vino, rincorrono gli spettatori brandendo in aria dei forchettoni, salgono con le scale sui balconi, entrano delle case per offrire sadicamente i maccheroni che tengono caldi nel vaso da notte, “il pitale”.

Chi per la prima volta si trovi davanti alla maschera ronciglionese del “Naso Rosso” rimane colpito dalla sua originalità.
Il Naso Rosso incarna l’anima buontempona, satirica, godereccia che è nello spirito del ronciglionese, uno spirito indipendente, dalla battuta pronta, ironico quanto basta e soprattutto, dissacratore.

La maschera ha qualche parente all’estero.
Un personaggio simile lo troviamo nel carnevale parigino nella figura del “Chie-en-lit” (“caca nel letto”) che veste una camicia da notte imbrattata di escremento e nel carnevale russo nei Lubok - quadretti raffiguranti scene di vita popolare - dove il “Krasnoj nos” (letteralmente “Naso Rosso”) è rappresentato con un naso gibboso e le braghe imbrattate (documentazione reperita da: “Il Paese di Carnevale” di Mariti e Galli).

L’associazione dei Nasi Rossi risale all’anno 1900, come si evince dal loro Statuto.
Naso Rosso oltre a essere protagonista del Carnevale Ronciglionese è anche il protagonista di un’opera teatrale scritta dal prof. Luciano Mariti di Ronciglione, docente di Storia del Teatro presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Pro Loco di Ronciglione - Archivio Storico

Il Carnevale di Ronciglione è tra i più antichi dell'Italia centrale. Il suono del campanone proveniente dalla torre del Comune e la Cavalcata degli Ussari segnano l'avvio ufficiale del folle e sfrenato divertimeno di una "kermesse" che ormai ha superato i 3 secoli di storia.
A Ronciglione le domeniche del Carnevale sono tradizionalmente dedicate al Grandioso Corso di Gala, che giunge quest’anno alla 322° e 323° edizione.
Il Corso di Gala di Ronciglione è documentato già nel manifesto del carnevale del 1881 conservato presso la locale Pro Loco, ed è sicuramente uno dei più belli e ricchi del centro Italia.
Al Corso di Gala partecipano più di un migliaio di persone divise in gruppi mascherati accompagnati da bande folcloristiche e carri allegorici che, fin oltre il tramonto, affollano le vie rinascimentali e barocche del centro cittadino ... una tradizione che risale allo storico Carnevale romano seicentesco e che da allora, si rinnova ogni anno, si amplia e si manifesta con un turbinio di creatività e gioia vitale.
Uno spettacolo denso di avvolgenti cromatismi realizzato grazie all'inventiva, alla passione ed alla dedizione dei Ronciglionesi che lavorano alacremente, già diversi mesi prima della manifestazione, per far sì che il Grandioso Corso di Gala mantenga la sua secolare e gloriosa fama.

Pro Loco Ronciglione

In considerazione del fatto che ormai si è fatta chiarezza sugli Ussari, resta da scrivere un poco su quelli che, per la nostra storia ci interessano da vicino, e cioè quelli francesi.
Tutte le nazioni del mondo a partire dal XVIII secolo dotarono i propri eserciti di Ussari, proprio memori dell’importante vittoria per la difesa di Vienna conclusasi il 12 settembre del 1683, dove gli Ussari alati polacchi caricando d’istinto le postazioni turche, che già da diversi mesi assediavano Vienna, nonostante fossero accerchiati, seminarono morte e panico, grazie alla loro abilità di sciabolatori. Una grande tela del XIX secolo, nella pinacoteca dei Musei Vaticani, ne ricorda l’impresa.
Gli Ussari francesi, durante il periodo, pre e post rivoluzionario e per tutto quello Napoleonico, non furono da meno, la loro fama crebbe rispetto a tutti i reparti della cavalleria pesante, corazzieri e carabinieri, e di quella leggera: lancieri, cacciatori e dragoni. Gli Ussari furono la cavalleria leggera d’elite.
Noti per la loro audacia in battaglia, erano considerati dei abili sciabolatori; tant’è che Antoine Charles Louis, Conte di Lasalle, Generale di divisione, divenne noto per le sue imprese in testa alla famosa “Brigata infernale” del 5° e 7° Reggimento Ussari nel 1806, nella campagna contro i Prussiani.

Per questa impresa divenne una leggenda. Morì poco più che trentenne mantenendo fede a ciò che soleva spesso dire: “un Ussaro che si fa uccidere dopo i trent’anni è un fanfarone”. Nessun altro cavaliere ha avuto lo spirito sprezzante, spavaldo e audace che ha reso gli Ussari un corpo leggendario.
Nel 1799 quando l’esercito napoleonico, proveniente da Roma passò per Ronciglione, per portare aiuti per la guerra che i Francesi stavano combattendo contro gli Austro-Russi, ci fu un poco accorto tentativo, da parte di alcuni compaesani, di opporsi al passaggio, formando delle barricate presso porta romana, che vennero spazzate con poche cannonate, seguite da altre sparate a mitraglia.
È cosa certa che con quella parte dell’esercito napoleonico, ci fosse il 7° Ussari che insieme al 3° e al 5° Reggimento era considerato il più famoso per le sue gesta che avevano dell’incredibile, come quella di vincere una battaglia navale.
Difatti il 7° Ussari, nel 1794, era stato dislocato in Olanda e durante l’inverno, approfittando dei fiumi ghiacciati, il reggimento puntò verso il territorio nemico, in un luogo in cui era ancorata la potente flotta olandese.
Le navi, alla fonda, erano bloccate dal ghiaccio, del tutto immobilizzate. Gli Ussari del 7° Reggimento caricarono le navi sotto il fuoco a mitraglia dei cannoni, le circondarono e le costrinsero alla resa. E fu così che l’intera flotta venne sconfitta da un’unità di Ussari. E’ bene, a questo punto, descriverne la divisa e l’armamento.

I colori del 7° Reggimento erano il verde ed il rosso: verde per la giacca (pelisse) e il dolman, rosso per i calzoni; alla vita era avvolta una fascia, lunga due metri e sessanta, con gli stessi colori distintivi, che con sei giri cingeva la vita; i pantaloni rossi erano guarniti con una banda bianca, così come lo erano gli alamari della giacca, foderata di pelle di volpe rossa, e del dolman; gli stivali erano neri con la tipica “V” guarnita da una nappina, il cappello era nero con un pennacchio colorato. Tipica era anche la “sabretache”, in cuoio nero, che riportava il numero del reggimento, era una tasca portaordini, sospesa con tre cinghie della lunghezza di circa mezzo metro; una larga striscia di cuoio bianco detta rangona, andava dalla spalla sinistra al fianco destro terminante con un gancio fatto a “8”, con una parte mobile apribile, che in seguito sarà detto moschettone perché aveva la funzione di agganciare, in un anello scorrevole, il corto fucile a pietra focaia conosciuto come moschetto, il cui calibro era 17,6 mm. La sciabola era sospesa al fianco sinistro. La sella del cavallo era ricoperta con pelle di montone ed una doppia fonda, sulla destra del cavallo, conteneva due pistole dello stesso calibro del moschetto, sul retro della sella, una custodia di pelle cilindrica, conteneva il mantello cerato.

Giancarlo Brachetti

Perché si parla di Ussari a proposito del Carnevale di Ronciglione?
Le spiegazioni sono diverse e come sempre c’è una leggenda di riferimento.
Come ogni buona leggenda anche questa si rifà a una narrazione orale che nel passaggio delle generazioni ha unito avvenimenti storici particolarmente impressionanti e fantasia volando con passo lieve sulla rigorosa intransigenza degli storici.
Gli studiosi indicano che il drappello degli Ussari cominciò a partecipare al Carnevale di Ronciglione a partire dal 1866. Il significato del loro passaggio ha perso nel tempo, il valore di testimonianza documentaria a favore di quello “scenico”.
Nel grande spettacolo che è il Carnevale l’incedere ordinato degli Ussari e la galoppata squarciano il velo magico che separa la realtà dal suo contrario, aprono la strada al carnascialesco mondo rovesciato. È per questo che l’attenzione filologica nella scelta dei costumi perde di importanza.
Non posso fare a meno di pensare alle vecchie fotografie, un po’ ingiallite e con i bordi dentellati, in cui mio padre, Nazareno Mordacchini Alfani, memorabile capitano degli Ussari, viene ritratto, su bellissimi cavalli bianchi o morelli, con preziosi colbacchi o con mantelli svolazzanti.
Il battaglione è diventato negli anni un manipolo di moschettieri, un gruppo ordinato di messicani, una squadriglia di pseudozorro e altre varianti che non ricordo.
Non posso, però, dimenticare l’emozione prima uditiva dello sbattere degli zoccoli sull’asfalto ampliata poi dal vociare eccitato che annuncia la galoppata e quindi l’entusiasmo nel vedere la staffetta che veloce risale il corso, e di seguito il capitano che galoppa con il busto rivolto all’indietro a controllare le terziglie, e in fondo, a chiudere, il serrafile.
Si tratta in realtà solo di pochi istanti, ma sono attimi intensi in cui si è travolti da un’esplosione di energia che deflagra dalle zampe potenti dei cavalli.
Trattenuta dagli esperti cavalieri dentro le fila ordinate del drappello, quella stessa energia verrà poi lasciata libera di manifestarsi nella guizzante euforia del Carnevale.

Francesca Mordacchini Alfani

Breve Storia delle corse a Vuoto

L’antica corsa dei Barberi di Ronciglione deriva da quella romana istituita nel 1465 da Papa Paolo II (1464- 1471), si disputava nei giorni di Carnevale lungo via del Corso, da piazza del Popolo a piazza Venezia ed era l’evento più importante della manifestazione.
L’urbanistica rinascimentale e barocca delle vie di Ronciglione ha permesso, con le ampie strade, di svolgere la corsa dei Barberi fino ai nostri giorni.
Nel tempo la corsa ha subito variazioni nella sola parte tecnica e nella sicurezza ma è rimasta intatta nelle sue caratteristiche originarie, cioè i cavalli corrono liberi, unico esempio rimasto al mondo.
Durante il Ventennio fascista e la 2° Guerra Mondiale le corse dei Barberi furono sospese mentre, qualche anno più tardi, nel 1957 il benemerito Cav. Angelo Guido della Manna (1903-1957), ronciglionese, alla sua morte lasciò, da devolversi ogni anno, ben 300.000 lire al Comitato del carnevale, per questo motivo il palio delle Corse a vuoto fu a lui intitolato fin dall’anno successivo.

Il primo mossiere del dopoguerra fu Luigi Coccia.

Fino al 1954 nella famosa curva del “Gricio” veniva sparso uno strato di pozzolana per evitare cadute in quanto i cavalli erano ferrati a ferro.
Nel 1955 su indicazione di un “cavallaro” di Terni Angelo Pontani, il dott. Italo de Felici, veterinario, e il Presidente Cav. Raffaele Soldini vollero eliminare la pozzolana in curva ed i cavalli vennero ferrati in alluminio per una maggiore aderenza al suolo.
Nel 1977 venne dato un nuovo regolamento alle corse e sono nate le nove scuderie (oggi chiamate rioni); il palio si è disputato ininterrotamente sino al 2010 (anno in cui si è effettuato l’unico palio corso su terra battuta durante il carnevale), dal 2011 le corse dei Barberi sono state sospese.

A partire dal 1985 si è disputato anche un secondo palio nel mese di agosto, dedicato a San Bartolomeo, patrono di Ronciglione e grazie alla caparbietà e alla grande passione dei Ronciglionesi, dopo un breve periodo di sospensione, nel 2016 si è corso nuovamente il palio estivo ma con tutte le precauzioni necessarie per la tutela dei cavalli e con il fondo del percorso di terra battuta.

La Corsa

Sono nove i Rioni che partecipano alle corse con i loro colori distintivi, denominazioni e un cavallo di proprietà.
Attualmente, durante il palio estivo, la prima gara è la sessione di prove del sabato durante la quale i cavalli, a gruppi di tre, testano il percorso di gara.
Successivamente i primi tre classificati delle due batterie di qualificazione -estratte a sorte e composte una da cinque e l’altra da quattro cavalli- sono ammessi alla finale di domenica pomeriggio.

Il palio viene corso sulla distanza di 900 metri circa per le vie rinascimentali e barocche della città.
Si parte da piazza Principe di Piemonte dove viene data la “mossa”, da qui il mossiere, che è colui che è designato a dare il via alla corsa, chiama i “lascini” con i loro cavalli (tenuti da un barbazzale), poi aspetta l’ingresso negli stalli; chiuso l’ultimo cancelletto apre una busta dove sono indicati i secondi da attendere per la partenza dopodichè sgancia il canapo al grido di “viaa!!”, si prosegue per viale Garibaldi, si passa dentro Porta Romana (“l’arco”), poi c’è via Roma per affrontare, in seguito, tra l’eccitazione del pubblico, l’entrata in piazza Vittorio Emanuele II (“piazza della Nave”) e la famosa
curva del “Gricio”, ultima difficoltà per i cavalli prima di
salire lungo Corso Umberto I (“Montecavallo”) e arrivare così al traguardo, in cima alla salita.

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